Cari tutti, vi dò il lieto annuncio: il vostro desiderio è stato esaudito! Camille Claudel non esiste più. Camille è morta. Dopo aver resistito per trent'anni alla sepoltura da viva e sana, è il caso di ricordarlo, in manicomio, ha finalmente deciso di cedere alle lusinghe della morte e di dormire il sonno eterno. Del resto per alcuni di voi ero già cadavere nel 1913, quando grazie alle vostre caritatevoli premure, varcai la soglia del mondo dei folli per non fare più ritorno.
Nel mio atelier non entrava più nemmeno la luce. Buffo no? L'atelier di un artista dovrebbe esserne invaso e invece il mio era buio, le finestre sprangate, catenacci alla porta... c'era solo il pallido bagliore dei miei gessi in ogni angolo, statue di sale, corpi smembrati. Era il mio studio, la mia casa.
Tutto il mio mondo. Un mondo sbagliato per voi che non amate le donne sole e i gatti; animali opportunisti dite? Sarà, ma non mi hanno mai promesso più di quello che potevano dare, non mi hanno sottratto i sogni e la libertà come voi avete fatto; era un rapporto onesto il nostro.
«Ecco! - Mi sembra già di sentirvi - Rieccola con le manie di persecuzione e le velate allusioni al signor Rodin!».
Avete ragione. Basta con le insinuazioni.
Del resto sono morta e non ho davvero più nulla da temere e dunque stracciamo i veli:
j'accuse monsieur Rodin!
Sì, io ti accuso Auguste.
La responsabilità è tua. Oh no, non credere che io riattacchi con i miei selvaggi latrati; non ti incolperò ancora di avermi sottratto le idee e aver mandato i ladri nel mio studio, di avermi ostacolata e messa in cattiva luce, no. Non più. Farlo è servito solo a portarmi a Montdevergues; è nuociuto più a me che a te. Che sciocca! Come potevo pretendere che mi credessero!
Il grande scultore che ha impreziosito di monumenti Parigi e la Francia, amico di ministri e potenti, che si approfitta dell'allieva!
Finire all'ospizio dei matti era il minimo che potesse accadere, la giusta punizione alla mia stupidità.
Auguste, tu mi hai insegnato a plasmare nel gesso e nel marmo i miei sogni; hai intrecciato le tue mani alle mie e dai nostri amplessi sono nate creature meravigliose. La scultura è l'arte della creazione; il sudore e la sofferenza che provavo nell'atto di scolpire l'ho veduta solo sul volto delle partorienti.
Ho abortito il frutto inopportuno della nostra passione, non per paura dello scandalo ma perché non volevo rinunciare alla libertà di modellare al tuo fianco opere immortali. Eppure nei nostri meravigliosi figli la gente vedeva solo la somiglianza col padre: Rodin Pantocrator!
Come avrei potuto continuare a lavorare nel tuo atelier, guardare Il Bacio e le altre figure e non poter gridare: sono anche mie!
Possibile che nessuno se ne sia accorto?
Non ti incolpo di avermi lasciata andare, di non aver abbandonato tuo figlio e la tua compagna per me, ché la tua ambra avrebbe continuato ad oscurarmi ancor di più se avessi fatto di me la tua onorata moglie!
Il buio proiettato dalla tua immensa figura ha invaso comunque il mio studio in quai Bourbon, ma non mi ha mai impedito di creare; la rabbia talvolta ha guidato le mie mani mentre, plasmando L'Età Matura, che il Ministero su tuo caritatevole suggerimento mi aveva commissionato, mi immedesimavo nella giovane a cui l'uomo tende un'ultima volta la mano, senza ormai nemmeno più guardarla.
A volte sono stata Niobe, esanime e aggrappata ad un ramo, quasi schiantata dal peso delle mie responsabilità, sempre alla ricerca di denaro per impedire che il ciclo produttivo si interrompesse. Ho elemosinato dai vicini legna da ardere.
Non avrei rinunciato a un secondo di quella miseria per una vita nella tua gabbietta dorata.
Stai sereno mio vecchio amico, non ti porto rancore. Scopro solo ora, che non sono più, che la tua esistenza è terminata pochi anni dopo il mio internamento; se sei all'inferno spero che sia bello come quello della Porta che modellammo insieme. Ritiro tutte le maledizioni che ti ho lanciato in vita e magari ti verrò a cercare nell'inferno degli ugonotti dove starai scontando la tua unica grande colpa ai miei occhi: quella di essere Auguste Rodin.
Mi sto rivolgendo ai miei cari, ma i pochi che avevo mi hanno fatto rinchiudere quando il cadavere di mio padre era ancora caldo. Mamma, Louise, Paul: la mia famiglia. Che dire? Scusatemi infinitamente.
Caro Paul, fratello adorato, il mio favorito, brillante poeta e diplomatico, che imbarazzo devo essere stata per la tua carriera!
Non oso immaginare il tuo disagio nel dover giustificare le bizzarrie di una sorella che voleva fare la scultrice, niente meno, come un uomo!
Alle prese con enormi blocchi di marmo, quotidianamente circondata da aiutanti e operai... che promiscuità!
Per non parlare delle relazioni scandalose col famoso scultore Rodin e con Debussy, il compositore, per fare solo i più noti tra i nomi.
Scusa Paul. Davvero, perdonami; ma credevi fosse solo un gioco quando da ragazza modellavo i tuoi lineamenti nella creta?
Hai visto coi tuoi occhi, così simili ai miei, la passione esplodere tra le mie mani, hai ammirato le mie opere e mi hai sostenuta quando le difficoltà economiche si facevano più opprimenti.
Ma forse, lo comprendo ora, era solo un modo di tenermi buona, di impedirmi di mettere in nuovi imbarazzi la famiglia. Perdonami Paul e vergognati.
Vergognati fino all'ultimo dei tuoi giorni per aver firmato la mia reclusione, per le poche volte che sei venuto a trovare la sorella sana tra i folli, vergognati per le tue ipocrite lettere al direttore del manicomio affinché avesse buona cura di me!
Trenta anni di lucido delirio in un mondo alieno mi hanno assicurato le tue missive! Il corpo straziato dal gelo e dalla malnutrizione e le mani, le mie mani!
Inutili gelide ramificazioni, inadatte a reggere la penna per scrivere poche righe disperate, figurarsi se avrebbero potuto plasmare o addirittura reggere uno scalpello.
Ora so cos'è l'inferno, ho avuto tutti questi anni per studiarlo e non temo quello che verrà. L'inferno non è un luogo, è una condizione dell'essere; sentirsi privati di tutte le proprie facoltà intellettive e creative pur sapendo di continuare a possederle; essere costretti a fare i conti, giorno e notte, con questo pesante e fragile involucro nel quale siamo incastrati. Non è forse la più crudele della torture?
Tu e quella che chiamiamo madre me l'avete inflitta, e certo la cara sorella Louise si sarà trovata in assoluto accordo. Se c'è coerenza in quello che avete fatto, mi auguro abbiate distrutto tutte le mie opere, raso al suolo l'atelier, ricomprato da mercanti e collezionisti le mie sculture. Perché l'unico modo che avete per far dimenticare che io sia esistita, è distruggere ciò che ho creato. E madre, cara madre, a questo proposito voglio dichiararti tutta la mia pena; quanto male devi aver voluto a te stessa per farne altrettanto alla prima dei tuoi figli! Quanto forte gridava la tua coscienza di notte nella casa di Villeneuve? Come ti sentivi quando preparavi i pacchi da spedire alla figlia innocente che avevi contribuito a incarcerare? Sei morta da tempo anche tu, lo so, ma non per questo ti lascerò in pace. Non mi sei mai venuta a trovare, solo le lettere ti concedevano la distanza di sicurezza tra te e l'errore, tra me e l'orrore.
Cari, mi congedo dunque da voi, Clotho ha finalmente tagliato il filo di una vita che si può serenamente dire sia stata insopportabilmente lunga, e ora non mi importa più di nulla, mi auguro anzi che di me non rimanga nessuna traccia nel futuro: lo troverei quanto meno ironico, dopo aver passato una vita a fare i conti col presente!
A presto.
Camille Claudel
Dalla fossa comune dei folli
Cimitero di Montfavet