Effetto Arte

54ª Biennale di Venezia

 di Ennio Pouchard

 

Sabato 4 giugno, in occasione dell’apertura al pubblico della Biennale 2011, il Presidente Paolo Baratta ha letto i nomi dei vinciori e le mozioni dei premi ufficiali: Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale alla Germania, prima sugli ottantanove paesi concorrenti (dei quali ben cinquantanove sparsi fuori dai Giardini, tra Arsenale e sedi cittadine), rappresentata dal regista Christoph Schlingensief, e riconoscimento della Giuria per il lavoro curatoriale del commissario Susanne Gaensheimer, che ha realizzato il progetto, essendo morto l’anno scorso l’autore.
Scendendo un po’ nei particolari, si può aggiungere che nel suo spasmodico bisogno di legare l’arte alla vita, da regista di cinema e di teatro nelle più varie espressioni, da produttore e attivista politico, Schlingensief ha progettato per questa Biennale una chiesa a misura del suo pensiero, profanandone il concetto a furia di mescolare ironia, ciarpame e dissacrazione, come risulta dall’insieme della sala centrale (“una Chiesa Fluxus” — scrive il presentatore; e questo mi fa pensare che con una giuria italiana il premio sarebbe andato altrove — “che oggi somiglia a un memoriale”) e delle laterali: quella di sinistra con la ricostruzione di un villaggio-opera da lui ideato per una località del Burkina Fasu, e quella di destra con la proiezione ininterrotta di suoi film.
 
Leone d’oro per il miglior artista della Mostra ILLUMInazioni a Christian Marclay, americano, autore del film The Clock, consistente in un montaggio di ritagli di pellicole tratte dalla storia del cinema su cui ogni serie dei vari spezzoni mostrano serialmente le medesime ore.
 
Leone d’argento per il giovane artista giudicato il più promettente in ILLUMInazioni, all’inglese Haroon Mirza, autore dell’installazione inserita nel para-padiglione curato da Monika Sosnowska nel Palazzo delle Esposizioni, rifatta in una seconda versione all’Arsenale.
 
Due Menzioni speciali: alla Lituania, per il video Behind the White Curtain di Darius Mikšys, in omaggio alla sua capacità di cogliere in modo concettualmente elegante e produttivamente ambiguo la storia dell’arte del suo paese; a Klara Lidén (padiglione Svezia, in Arsenale), autrice di Trashcan, cioè “Bidone delle immondizie” che — dice la motivazione — “manifesta la forza, l’intelligenza e la rabbia insite nel suo lavoro, con la capacità di trasportare la logica tipica di un intervento d’arte pubblica in uno spazio espositivo”.
 
Leoni alla carriera all’ottantenne americana Sturtevant per avere sviluppato il suo lavoro in modo estremamente coerente, all’ombra delle più importanti sperimentazioni e correnti artistiche del XX secolo, sollevando le questioni dell’originalità e della paternità dell’opera; e all’austriaco Franz West, classe 1947, attivo nell’ambito della scultura, ma anche del collage e dell’installazione. Altri premi, l’UniCredit Venice, in palio per paesi dell’Europa centro-orientale, e attribuito al serbo Dragoliub Raša Todosijevi, e l’Enel Contemporanea, vinto dal belga Carsten Höller per il suo Double carousel, opera cinetica che confonde la percezione del tempo nell’osservatore.
 
ILLUMInazioni, occupa il Palazzo delle Esposizioni e le Corderie dell’Arsenale con opere di ottantatre artisti, quattro dei quali sono i curatori di “para-padiglioni” con autori da loro scelti, come quello che ospita Mirza; trentadue sono meno che trentacinquenni; altrettante le donne; e sessantuno mai esposti alla Biennale.
Non tutti sono ancora vivi; la curatrice ci ricorda un canadese, Jack Goldstein, morto cinquantottenne nel 2003; e l’etiope Gedewon, il tedesco Sigmar Polke. Tra gli scomparsi c’è un veneziano che oggi avrebbe 492 anni, di nome Jacopo Robusti, ma da sempre noto come il Tintoretto, per il mestiere che faceva suo padre. Conoscenti e persone appena incontrate mi hanno chiesto il perché della sua presenza. A tutti ho risposto: «Guarda i quadri e non porti domande, perché questi capolavori (L’Ultima Cena, prestata dalla Basilica di San Giorgio Maggiore, Il trafugamento del corpo di San Marco e La creazione degli animali, entrambi dalle Gallerie dell’Accademia) non li vedrai mai più così».
Tre i Tintoretto, dunque, e duemila i Cattelan, con altrettanti piccioni imbalsamati, appollaiati ovunque, che io non commento negativamente, pur sapendo che non sono una novità; sono spiritosi e, a detta dell’artista, dovrebbero segnare il suo commiato dall’attività espositiva.
 
C’è tanto cinema, nel percorso della mostra: agevole da raggiungere la pellicola premiata, disastrosamente scomode altre proiezioni, installate nel buio più cupo in sale che non è possibile evitare di attraversare perché congiungono parti contigue dell’esposizione. La maggior parte delle persone che ho visto camminava come I ciechi di Bruegel, fidandosi del primo della fila. Trovandomi, appunto, in quella situazione, ho ricordato la “Parabola dei ciechi” contenuta nel Vangelo di Luca: “Può forse un cieco fare da guida ad un altro cieco? Non cadrebbero tutti e due in una buca?”.
 
Quanto alla Lituania, ospitata nella vicina Scuola di San Pasquale a San Francesco della Vigna, l’operazione ha un titolo esplicativo, Behind the white curtrain (Dietro la tenda bianca) che allude a un’interazione inventata dal curatore con il pubblico il quale, una volta entrato nella sala della mostra, è invitato ad andare nell’ambiente limitrofo, oltre la tenda, e scegliere da un catalogo il dipinto, tra quelli messi a disposizione da un gruppo di pittori lituani (peraltro finanziati dallo Stato), che poi verrà esposto a rotazione con altri.
 
Sul “caso” Lidén, trattandosi in realtà non di un solo Trashcan ma di dieci di tali oggetti, recuperati — nella descrizione che ne fa, credo, l’autrice — in varie città occidentali, l’opera considerata, insomma, consiste di dieci objets trouvés che per chissà quale contorcimento mentale ridiventano una novità, dopo un secolo-meno-due-anni dello storico exploit di Duchamp.
 
Nessuno dei colleghi giornalisti da me incontrati nei giorni precedenti, durante il vernissage per la stampa, aveva previsto tali risultati; se premieranno gli Stati Uniti, ci si diceva, con quelle invenzioni da circo del carro armato rovesciato di fronte al padiglione, sopra il quale sale a rotazione un atleta, per correre sul tapis roulant sistemato su uno dei cingoli, e con le altre trovate (le performances di ginnastica artistica, la statua della Libertà adagiata su un lettino abbronzante, l’organo che funziona come un bancomat… e poi con quel titolo così ambiguo, Gloria…) non sarà certamente un buon sintomo.
 
Meglio la Gran Bretagna, dove l’artista che la rappresenta, Mike Nelson, ha ricostruito completamente gli interni, rendendoli angusti, di difficile accesso e con soffitti bassi, con scalini quasi impraticabili, simili a luoghi di estremo disagio non soltanto fisico. Niente di estetico, insomma, in quanto motivato dal bisogno di diffondere senza mezzi termini una denuncia forte ed esplicita dell’abbandono e della povertà.
 
Meglio anche la Francia, trasformata da Christian Boltanski in laboratorio industriale di fisionomie di neonati e di anziani, componibili legate al caso (Chance è il titolo dell’installazione in tubi d’acciaio) e ritmate nelle combinazioni eseguite dal computer da due marcatempo digitali, uno dei quali scandisce il ritmo delle nascite e l’altro delle morti.
 
Nel presente che stiamo vivendo, però, anche il nuovo Egitto presenta un messaggio di profonda attualità, con l’opera di un giovane artista, Ahmed Basiony, ucciso nel gennaio scorso nel corso di uno scontro con le forze governative che egli stava filmando. Le immagini proiettate sono un’alternanza di tali ultime riprese della folla e di un suo lavoro dello scorso anno, con lui stesso impegnato in una prova scientifica degli effetti della corsa sul consumo energetico.
 
Attualissimo pure Israele, dove Sigalit Landau espone il proprio punto di vista, impegnandosi in questioni di forte interesse sociale, attraverso un’installazione multipla (grosse condotte d’acqua, filmati, oggetti) che ha come motivo la metafora della conoscenza, dalla sete alla terra madre e al sale che dà senso alla vita; e una serie di scarpe disposte in circolo e legate l’una all’altra con le stringhe, come per indicare il bisogno di camminare insieme. Qui inserisco una parentesi per citare la Polonia, che ha scelto di farsi rappresentare da un’artista d’Israele, Yael Bartana, la quale racconta in tre film l’attività del “Movimento per il rinascimento ebraico in Polonia”, da lei stessa fondato allo scopo di promuovere il ritorno di tre milioni di ebrei polacchi nella loro terra d’origine. A rendere la sua tesi più convincente, l’autrice tocca vari argomenti tipici del suo ambiente, passando dai sogni sionisti all’antisemitismo, dall’Olocausto al desiderio di ritorno a casa dei palestinesi.
Speranze, speranze, speranze che passano i confini tingendosi di dolore, di violenza, o di determinazione ad agire in senso positivo, sereno, lucido.