Effetto Arte

SUSAN HILLER

Susan Hiller, londinese di adozione, nasce in Florida nel 1940. Antropologa di formazione, vicina al Surrealismo, al Minimalismo ed al movimento Fluxus, affascinata dalla capacità dell’arte africana di indagare il misterioso e l’irrazionale, inizia ad utilizzare in modo totalmente radicale ed innovativo ciò che oggi viene definito con il nome media, ispirando generazioni di giovani artisti a partire dagli anni Settanta. In tempi lontani dall’utilizzo di programmi di fotoritocco e video editing, l’artista si distingue presto per l’originale utilizzo di materiali della cultura popolare ignorati o considerati di poca importanza: poster, carte da parati, spezzoni tratti da film di cassetta e trasmissioni di avvistamenti Ufo. Susan Hiller, londinese di adozione, nasce in Florida nel 1940. Antropologa di formazione, vicina al Surrealismo, al Minimalismo ed al movimento Fluxus, affascinata dalla capacità dell’arte africana di indagare il misterioso e l’irrazionale, inizia ad utilizzare in modo totalmente radicale ed innovativo ciò che oggi viene definito con il nome media, ispirando generazioni di giovani artisti a partire dagli anni Settanta. In tempi lontani dall’utilizzo di programmi di fotoritocco e video editing, l’artista si distingue presto per l’originale utilizzo di materiali della cultura popolare ignorati o considerati di poca importanza: poster, carte da parati, spezzoni tratti da film di cassetta e trasmissioni di avvistamenti Ufo. A tutto questo l’artista aggiunge una profonda conoscenza della psicanalisi e l‘interesse per la simbologia onirica. Uno dei fils rouges presenti nelle sue installazioni video, audio-video, fotografiche e nei suoi scritti, è il tentativo di creare un collegamento esperienziale tra il familiare e l’inspiegabile, coinvolgendo l’osservatore a prender parte nella costruzione del significato dell’opera. Usando un linguaggio i cui codici sono apparentemente confortanti, e comunque ritrovabili nelle abitudini di ogni giorno, Hiller ripropone l’espressività non lineare dei sogni, delle paure o del paranormale, con immagini, suoni, parole o spezzoni musicali in grado di stimolare il represso, il rimosso, il ricordo non raggiungibile a livello conscio. Nelle sue opere è costante l’intenzione di non lasciare chi osserva esclusivamente in uno stato passivo, utilizzando ciò che diventerà negli anni la maggior causa di perdita dell’immaginazione - la scatola televisiva - come finestra su un mondo invisibile, in grado di sfiorare quella parte della mente che genera mondi paralleli, storie, immagini. La prima video installazione acquistata dalla Tate Gallery di Londra, Belshazzar Feast/The writing on your wall, viene proposta all’interno di un ambiente accogliente e quasi intimo, come un salotto di casa; sono circa venti minuti in cui, secondo le parole di Lucy Lippard: «... le fiamme, i suoni di canto sono sia incantevoli che terribili, ninnananna o canto funebre, il video evoca emozioni, e gli ideogrammi danzanti disegnati dal fuoco invitano chi guarda a ritrovarvi proprie immagini, creare loro fantasie. Né i quadri di Rembrandt né i titoli del telegiornale, né i volti terrificanti degli alieni ci sembrano qualcosa di già visto altrove. I livelli comunicativi dell’installazione sfuggono dalla loro forma non definibile verso il messaggio (la casa, l’olocausto, i media), per arrivare al contenuto – cosa emerge e cosa sfugge dalle falle dei primi due». An Entertainment è una strana combinazione tra rudimentale e sofisticato, trasmessa da un video a bassa risoluzione, che enfatizza il senso di oscuro di violenza contenuto in uno spettacolo di burattini. L’opera riporta chi guarda alle paure dell’infanzia, sia quelle originate da una esposizione non protetta ai mezzi di comunicazione, che da vessazioni subite da parte degli adulti, la cui voce distorta dalla colonna sonora ripete senza sosta «Nasty boy! Nasty boy!» Nell’opera PSI Girls si ritrovano temi legati all’identità femminile, in riferimento al passaggio dall’adolescenza alla pienezza dell’età adulta, al potere del femminile – l’artista visse una certa vicinanza con il movimento femminista – e all’impatto dei media nella creazione di un immaginario collettivo. Si tratta di cinque brevi sequenze in loop tratte da diversi film su ragazze dotate di poteri paranormali (The Fury di Brian De Palma, del 1978, The Craft di Andrew Fleming, del 1996, Matilda di Danny De Vito, del 1996, Firestarter di Mark Lester, del 1984 e Stalker di Andrei Tarkowsky, del 1979); ogni sequenza appare virata in un monocromo blu, giallo, rosso, viola e verde; l’audio originale è sostituito da un coro gospel della St.George’s Cathedral di Charlotte, in North Carolina. La successione delle sequenze e dei colori a un ritmo casuale, e l’alternanza di silenzio e suono, producono un effetto ipnotico sul pubblico. L’esplorazione dell’inconscio e una sua possibile rappresentazione si ritrova così all’interno di numerose opere di Susan Hiller. Il sogno, gli stati di percezione alterata, i fenomeni paranormali sono indagati senza voyeurismo né viziosa ricerca del bizzarro, ma con uno sguardo aperto a domande e possibilità. Può forse far sorridere ripensare oggi all’uso delle vhs o dei registratori a nastro, nonché di ingombranti videoproiettori a supporto delle installazioni. Ma, paradossalmente, il linguaggio espressivo di Susan Hiller risulta tanto più genuino e portatore di interrogativi ancora attualissimi, in quanto percorso pionieristico in tecnologie oggi inflazionate e onnipresenti, delle quali siamo sempre più vittime passive o assuefatte.